Archive for July, 2014


Appunti di viaggio… nel senso che sta cosa è stata pensata ieri in treno tornando a casa da Bologna, dopo una partita di WoD (world of darkness).
La questione verte sul fatto che “non morto” è una definizione troppo limitata.
Posto che da una parte ci sono i “vivi vivi” (quelli che son vivi sul serio, prima che muoiano… perché incidentalmente sono i mortali) e dall’altra i “morti-morti”, in mezzo c’è un sacco di roba diversa.

Per esempio… riflettevo sul fatto che i vampiri (parliamo sempre di (WoD) sono sicuramente “abbastanza vivi”… insomma niente a che vedere con i non morti decerebrati e putrescenti, che sono “non morti” sul serio.
Il corpo dei vampiri è morto ma integro e hanno un’anima.

I lich invece, per dirne una, hanno un’anima ma il corpo è andato, quindi sono non-morti.

Gli zombie sono fisicamente piuttosto andanti (a male) e non hanno un’anima. Quindi sono più “verso il morto” dei lich..

Alla fine avevamo 5 categorie, di cui 3 di “non morti” (ma non ricordo tutti i nomi che avevamo pensato):
– vivi
– abbastanza vivi (tecnicamente morti, ossia morti almeno una volta, ma con anima presente e corpo intonso: per es. vampiri e mummie “ben fatte” nel Wod)
– abbastanza morti (morti, con anima ma incorporei oppure putrescenti: per es. fantasmi e lich)
– parecchio morti (senza anima e con un corpo in disfacimento, tipo scheletri, ghoul D&D-style, zombie, ecc.)
– morti veri e propri

NB: per essere “non morti” serve come prerequisito il fatto di essere morti almeno una volta. Per questo per esempio un costrutto animato (una garguglia, per dire), che pure ha un’anima (a suo modo), un corpo fisico e integro, sebbene non sia un “mortale”, non è classificabile nemmeno come “non morto”.

Uhm… Potrei creare una categoria per le cose fondamentali della vita e metterci questa classificazione, immagino.. XD

Io sono una persona cresciuta senza fede. Intendo senza fede nel senso religioso/spirituale del termine. Per chi non ha mai sperimentato quanto sta scritto qui sotto, è difficile e forse impossibile da capire, senza fede. Con la fede non lo so perché non ne ho mai avuta.
Adesso però non ho più bisogno di avere fede, perché il fatto che sia vero, l’ho sperimentato un sufficiente numero di volte, da essermene convinta.

Questa cosa avviene sempre, che una persona se ne renda conto coscientemente, oppure no, avviene comunque. Solo che finché non ci si allinea in un certo modo con il “senso delle cose”, può sembrare che non sia così, e a volte le cose che accadono sembrano tutto fuorché “quello che ci voleva”.

Questa cosa inizia a funzionare anche a livello cosciente quando ci si allinea al “senso delle cose”… quando si “scorre con la corrente dell’universo”.
Non mi son mai piaciute molto le frasi “new age” e mi sa che queste suonano parecchio tali, ma non saprei come altro esprimere questo genere di concetti, senza scrivere un’enciclopedia e risultare comunque, probabilmente, meno chiara.

Non è una cosa tipo “accettare tutto apaticamente”, non è nemmeno un “arrendersi” nel senso di subire la volontà altrui. E’ più una questione di capire in quale direzione è naturale andare, e… beh… andarci. Serenamente.
E’ un po’ come se, una volta che sai dove stai andando, e lo sai sul serio, puoi anche chiudere gli occhi e semplicemente camminare, e andrai nella direzione giusta, perché non sono più le percezioni sensoriali che devono guidarti. Non c’è più un arrovellarsi e uno sforzarsi di trovare la strada giusta, è la strada giusta che ti si forma sotto i piedi, per dire.

Non è che io stia tutto il tempo in questa condizione “beata”, però mi capita, e più passa il tempo, più ne sono consapevole, più quindi riesco anche a starci per più tempo.
E non entro nel merito della percezione della dimensione temporale perché altrimenti iniziamo sul serio l’enciclopedia.
😉

 

Ci sono alcune cose su cui sono un po’ incagliata. Cose che mi scocciano, o che mi mettono in difficoltà, o che mi turbano, o che mi annoiano.
Sono quelle cose che un po’ alla volta si accumulano e poi “clutterano” la tua vita emotiva/psicologica.
Come nella vita materiale, sono cose che a un certo punto quasi non si distinguono più nel mucchio: formano una pila di “roba” che crea un certo fastidio, e proprio perché infastidisce, dopo un po’ il cervello sceglie, quella pila, di non vederla più.
Nel retrobottega dei pensieri sai che c’è, ma a livello consapevole non la percepisci quasi più. Un po’ come quegli accumuli di cianfrusaglie che occupano alcuni cassetti, il fondo di quello o quell’altro armadio, ecc. Basta non guardarci mai… tanto sai che non ti serve niente di quello che c’è lì. Però per mettere in ordine ci vuole un certo dispendio di energia, che a volte non hai, e altre volte semplicemente non hai voglia di avere.
Ecco. Stasera ho guardato nel mucchio, ho preso una cosa di quelle (una di quelle che mi sembrava più “sostanziosa”) e con un certo sforzo le ho dedicato tempo ed energia, per levarmela di torno.
E alla fine ho scoperto che non era nemmeno così complicato… la parte più difficile è stato riportarci l’attenzione e decidere di affrontarla, non affrontarla.
🙂

Ci sono cose da cambiare, dicevo qualche giorno fa. Sono due giorni che mi sto lasciando scivolare indosso un nuovo paradigma sulla realtà. Non qualche cosa di prepotentemente rivoluzionario, solo qualche cosa che sposta di un poco la percezione delle cose, il peso che gli do, il senso, e insieme gli obiettivi, le motivazioni, le dinamiche.
Nel mio paradigma di prima c’era scritto che un cambiamento di questo tipo poteva avvenire ed essere reale solo se sufficientemente piccolo, quindi sarebbe stato sciocco pretendere una grande rivoluzione col primo passo.
Nel nuovo paradigma devo ancora verificare che tipo di cambiamenti sono “previsti”… ma appena lo avrò indossato a modino, questo nuovo paradigma, potrò usarlo appieno. 🙂

(p.s. è possibile che la parola “paradigma” io la usi in modo improprio… me ne rendo conto ma ho scelto di fare spallucce perché io la capisco bene così: per me rappresenta l’insieme di tutti gli equilibri e le regole secondo le quali funziona la mia realtà)

Te’, bell’argomentone tanto per partire soft.
Finora avevamo scherzato, come si dice…

Insomma. Oggi è una giornatina un po’ di merda, tanto per usare un francesismo simpatico.
Saranno gli ormoni, che ne so (va sempre bene accusare gli ormoni, che tanto non possono dir niente), ma oggi sono stata emotiva e scazzata e presa male.
Una di quelle giornate in cui ti viene da piangere di commozione o di rabbia praticamente per qualsiasi vaccata. O meglio, una di quelle giornate in cui MI viene da eccetera eccetera.
Evabeh, capitano.

Siccome alla fine perfino quando avrei intenzione di crogiolarmi nelle mie (fittizie) miserie esistenziali, in realtà sono una personcina pratica e concreta, la conclusione della giornata è stata una riflessione sui cambiamenti.
In realtà, ad onor del vero, ci si è messa una chiacchierata con un amico che ha parecchio risollevato le sorti della giornata, e mi ha rimesso addosso l’energia necessaria a scuotermi un po’ di dosso la polvere e a scrivere un post.

D’altronde le giornate di merda servono proprio a questo… a suggerire cambiamenti. Se va tutto sempre bene, chi te lo fa fare di cambiare le cose? Ti pare?

Insomma. Il discorso (o meglio, il quesito) è questo: possibile che per cambiare seriamente qualche cosa, in particolare della propria vita, sia necessario trovarsi col culo per terra?

Nella mia vita ci sono state alcune grosse svolte in positivo, e tutte sono passate da dei momenti di crisi profondi, pesanti e prostranti. Nonché logoranti.

Ben venga anche il logorìo, una parte della mia filosofia è sempre (o per lo meno da molto molto tempo) stata discernere il dolore dal danno: qualcosa può far sentire male, ma essere comunque una cosa positiva sul lungo termine. Ho sempre pensato: sono io che scelgo se una cosa può danneggiarmi o no.
Ora mi sto interrogando su un passaggio successivo: è possibile innescare uno di quei processi di cambiamento, uno di quelli “seri”, “importanti”, senza dover per forza entrare in crisi, stare di merda e sentire di non stare solo raschiando il fondo del barile, ma anche di star scavando con le unghie nel cemento?

La risposta per il momento potrebbe essere: Boh.

In verità, la faccenda è che, come sempre, ognuno modella il proprio mondo, oltre che se stesso/a, perciò una risposta più realistica (uhm, interessante questo concetto di “realismo”… ma lasciamolo ad un altro post) potrebbe essere: certo che sì, è sufficiente che il paradigma di quella persona lo preveda.
🙂

Questa cosa dei paradigmi è stata decisamente la “rivelazione” di quest’anno per me. Tutto nato da una campagna di giochi di ruolo (lì si parlava di paradigmi magici, ma il concetto era facilmente estendibile). Gliel’ho detto al master che tutta la faccenda aveva a che fare con l’evoluzione spirituale. Da un’altra persona magari no, ma da questo master posso credere che capisca sul serio cosa intendo e cosa questo significhi per me.

Concludendo: uno dei prossimi task (che non è un obiettivo, ma un compito, perché siam gente che viaggia sul pratico) in vista è quello di imparare a innescare un cambiamento profondo senza dover passare da una crisi esistenziale seria. E il modo per ottenere questo risultato è una “rivelazione”, un’epifania: cambiato il paradigma, ogni cosa accadrà come una naturale conseguenza di questo, nel modo più spontaneo, come se lo avessi sempre saputo fare… così come, in effetti, è.  🙂

<3