Category: Filosofeggiamenti


Avete presente la battuta no?
Quando si dice che discutere con qualcuno che non ragiona e porta avanti idee assurde, è come giocare a scacchi con i piccioni: rovesceranno i pezzi, cagheranno sulla scacchiera e continueranno a girare tronfi come se niente fosse.

Ecco.
L’altro giorno ho trovato questa immagine
(clicca perché è troppo larga per la colonna del testo)
e credo sia una forma derivativa dello stesso problema.

Quello che intendo è che il desiderio di mostrare qualcosa come assurdo, porta chi ha composto il testo a mettersi a livello dell’atteggiamento che vogliono screditare (parlo dell’atteggiamento puro e semplice, non delle singole idee professate, su cui non intendo esprimermi qui e ora).

Dare dei coglioni a quelli che fanno cose che non capisci è la cosa meno scientifica e più gretta che un wannabe-scientista possa fare. Vuol dire o una totale mancanza di consapevolezza, o malafede, o non averci capito un accidenti.. e non so cosa sia peggio.

A fronte di un commento che diceva “che tristezza” (riferito agli scienziati che “deviano” dalla cara scienza universalmente accettata dagli scienziati), a me sembra che invece ci si dovrebbe rallegrare.

Spiego: se le persone avessero sempre “rigato dritto” e fatto solo cose “logiche e sensate” alcune scoperte importantissime non sarebbero mai state fatte. Nell’irrazionale c’è un potenziale enorme, fondamentale… un po’ come nelle mutazioni genetiche: su cento (o mille) che non funzionano, magari una è utile, ma quell’una, evolutivamente, vale tutte le altre messe insieme.

La selezione naturale RICHIEDE l’errore, PRETENDE che delle risorse vadano apparentemente perse. E’ il motivo per cui in natura (valeva anche per gli esseri umani fino a pochi decenni fa) si fanno molti più figli di quanti non ne sopravvivano fino a potersi riprodurre. Ogni madre piange i figli morti, ed è naturale che lo faccia, ma in una visione più ampia, è necessario e giusto che queste morti avvengano.

Se credessi in un dio, ringrazierei il cielo del fatto che almeno l’irrazionalità e il senso del mistero e dell’assurdo l’uomo non li ha ancora persi!

Invece di deridere banalizzando, bisognerebbe prendere i singoli casi e domandarsi il perché di certe scelte: tolti dei casi, credo rari, di schizofrenia o personalità multipla, la maggior parte delle persone arriva a certe decisioni attraverso l’esperienza, perché nell’interpretazione delle proprie esperienze vissute legge delle cose.
E’ molto facile dire “sono dei coglioni”. Alcuni, per statistica, lo sono sicuramente, ma sempre per statistica non possono esserlo tutti, e toccherebbe capire che tipo di percorsi mentali li hanno fatti arrivare dove sono.
La ricerca della comprensione e la sospensione del giudizio in funzione della possibilità di capire, fra l’altro, sarebbe un atteggiamento molto più “scientifico” dell’impuntarsi a dire “sono dei pazzi, dei cretini” solo perché non si è capito come mai hanno fatto certe scelte.

Sono abitata da alcune riflessioni.

Una riguarda l’orsa, che è stata ammazzata. Non so se da gente incompetente o competentissima, dipende da cosa volevano fare effettivamente e comunque non cambia le cose.
Non è una singola orsa che cambia un ecosistema… lei era diventata un simbolo e ci si immedesimava facilmente nella sua storia di madre, e quindi ci si addolora, ma il vero guaio, a un livello un po’ più macroscopico, è che lei era appunto un simbolo, un singolo individuo che rappresenta tanti individui simili, tante storie simili, perché le vittime di un atteggiamento da wanna-be-god degli umani non solo sono tante. Siamo anche noi umani stessi, e tanti manco ci pensano, non ci arrivano.

Un’altra riflessione riguarda il fatto che sono alcuni mesi che giro scalza, quasi tutto il tempo. Il che vuol dire anche durante i giri con i Soci, anche in posta, anche al supermercato, ecc. Le piante dei miei piedi sono lisce e compatte, la pelle spessa e robusta, ma nonostante questo, con una sensibilità tutta nuova.
Persone che non hanno mai provato mi hanno parlato di piedi “rovinati”, ma io senza fare nulla di diverso dal normale, ho dei piedi migliori di come erano prima.
Mi hanno parlato di perdita di sensibilità, e invece sento ogni cosa, ogni sfumatura di calore, ogni tocco, solo che non mi crea dolore. Mi hanno parlato della fatica di dover guardare ogni secondo dove si cammina, ma non sanno che dopo un po’ è come se si risvegliasse una consapevolezza inconsapevole, per cui anche se non guardi, sai dove mettere o non mettere i piedi.
Quanto è supponente l’uomo “civile”? Quanto pensa di saperne più degli altri, senza mai aver provato qualche cosa? Quanto può essere interiormente esilarante e liberatorio scoprire che ad avere una briciola di coraggio si può essere liberi, soprattutto liberi dalle opinioni senza fondamento e dai pregiudizi.

L’ultima riflessione più che altro è un grido accorato: corriere che porti il mio alternatore… dove sei?!?!?? Ti aspetto con una certa ansia e apprensione…

La famiglia come struttura sociale (molto PIU’ che “biologica”) esiste a prescindere dalle norme, dai regolamenti e dai divieti. Esiste in molteplici declinazioni perché la varietà del mondo è grande e ricca. Tante possibilità significano maggiore libertà. Chi ha paura della libertà? Chi preferisce tarpare le proprie e le altrui ali perché ci sia meno scelta? Cosa rendere così spaventosa la libertà e la varietà?
La libertà non va d’accordo con l’omologazione: se qualcuno è differente da te, non ti toglie nulla, a meno che la tua certezza su chi sei derivi e dipenda da chi sono gli altri.
Solo se hai bisogno di un mondo di individui in cui rispecchiarti e trovarti sempre uguale, può l’idea del diverso metterti addosso il panico, un panico tale da permetterti di giustificarti mentre togli libertà a te stesso e a chi ti sta intorno.
Quindi l’omofobo, e il razzista, e l’intollerante in genere, sono probabilmente semplicemente persone troppo incerte su di sé per poter vivere senza costruirsi addosso un guscio di una forma molto precisa, che li aiuti a definirsi, e senza avere attorno altri che abbiano a loro volta la stessa forma, a cui essere con-formati.
Forse gli omofobi, i razzisti e gli intolleranti in genere sono le persone che più avrebbero bisogno, dal mondo, di quel genere di affetto maturo, privo di pietismo e ricco di consapevolezza, che scalda l’anima e conforta l’autostima di chi lo riceve, perché dice “hai diritto di essere, perché comunque tu sia, sei splendido e perfetto per essere esattamente te stesso, qui e ora, e sei anche libero di crescere e di cambiare, e in ogni giorno della tua vita, sarai ancora splendido e perfetto così come sei”.

(riflessione su questo pensiero: link )

[estratto da una conversazione sull’argomento, nel gruppo facebook “Cinofilosofia, questa sconosciuta!”, trasformato in post e integrato con alcuni commenti… non ho tempo di farne un articolo con una forma più completa e unita, mi spiace!]

Più o meno qualsiasi cosa che suoni come “il cane fa questo per dominanza” è… insomma… si… una cagata… onestamente mi spiace suonare saccente ma non trovo una parola migliore. XD

Purtroppo questa faccenda della dominanza è ancora diffusissima anche fra un certo tipo di educatori ed istruttori (per “tipo” intendo “con una formazione di un certo tipo”) ma è – o meglio dovrebbe essere – una concezione ormai superatissima.
Per la cronaca, l’avevano insegnata anche a me agli inizi, per cui non solo so di cosa parlo, ma so anche come possa essere convincente, perché ci ho convinto della gente pure io.
Ahem… mi pento, mi dolgo, mi cospargo il capo di cenere. Ho cercato di fare ammenda. Chiedo perdono.
…giuro che ho cercato di rimediare.

Da cosa deriva sta faccenda della dominanza? In soldoni, deriva da alcune osservazioni compiute su lupi in cattività, negli anni… 60, mi pare, o giù di lì.
In pratica cosa fecero degli etologi? Presero dei lupi già adulti e li misero insieme in una zona ampia ma circoscritta, chiamarono quel gruppo “branco” e poi osservarono cosa succedeva.
I lupi non si conoscevano, il territorio era limitato rispetto a quello di cui un ugual numero di lupi avrebbe usufruito in libertà, e le risorse non erano in sovrabbondanza. I lupi stabilirono pertanto una gerarchia di tipo verticale, per gestirsi l’accesso alle risorse, dove per risorse si intendono il cibo, i luoghi di riposo, i luoghi di vedetta, eccetera.
Da qui tutte le geniali deduzioni sulla dominanza e sul fatto che in un branco ci siano delle gerarchie “verticali” che si basano sulla capacità di un “dominante” di “dominare” su un “sottoposto”.

Bon. Ok… dove sta la cagata?

Le cagate principali sono:

1) un branco in natura è una FAMIGLIA, i cuccioli nascono e crescono nel branco, apprendono dai genitori, sviluppano delle relazioni in continuo mutamento ma sempre basate sul rispetto verso “i grandi”. Gli equilibri e i ruoli sono dinamici, variano con il variare dell’età dei vari membri del gruppo, e se c’è equilibrio e armonia non c’è una gerarchia “militare” di tipo “verticale”, ma c’è una suddivisione di ruoli e di compiti.
La prima grossa cagata è chiamare “branco” un’accozzo di individui adulti che nemmeno hanno scelto spontaneamente di vivere insieme. Al limite lo potremmo chiamare un “gruppo sociale” (bene o male assortito, a seconda dei casi) e non rappresenta la struttura sociale normale per un canide.

2) Certamente alcuni individui ne seguono altri, ma non perché ne siano sottomessi, anzi, al CONTRARIO, perché “dal basso” li hanno “eletti” a guide, riconoscendone le competenze, la saggezza, oppure semplicemente perché sono nati e cresciuti avendo quegli adulti come modelli (esattamente come per noi umani la mamma e il papà sono sempre la mamma e il papà, perfino quando da grandi ci rendiamo conto che non sono perfetti come avremmo voluto continuare a vederli).
La seconda grossa cagata è aver dedotto che la gerarchia verticale fosse la struttura sociale tipica di un branco naturale.

3) Erano lupi e non cani… XD

Dagli anni ’90 in poi, ma direi soprattutto dopo il 2000, hanno iniziato a venire fuori sempre più degli studi moooooolto più interessanti, fatti su animali liberi, in territori ampi. In particolare, studi su cani semi-selvatici (che comunque risultano Canis Familiaris e non Canis Lupus o altro) e cani randagi che avessero avuto tempo e modo di riadattarsi al territorio.

In particolare per ciò che riguarda i semi-selvatici, o ferali, si sono riscontrate un sacco di cose che hanno smontato le teorie sulla gerarchia e sulla dominanza… almeno per chi non aveva ormai la fissa di dover “dominare” a sua volta il proprio cane (personalmente ho il sospetto che ad alcune persone piaccia, il fatto di sentirsi legittimate a sottomettere qualcuno).

Cose come (tanto per citare qualche esempio eh, potrei scriverci per tutto il giorno se avessi voglia e tempo):
1) il branco è una famiglia con ruoli fluidi e equilibri dinamici
2) i branchi più efficienti sono quelli in cui non c’è prepotenza e prevaricazione, ma armonia, affetto e rispetto
3) i leader, cioè quelli che guidano il gruppo, sono spesso quelli che si impongono di meno
4) i leader NON stanno in testa durante gli spostamenti, perché tendono a restare più centrali per avere il tempo di valutare eventuali situazioni
5) i leader NON mangiano per forza per primi, sebbene possano in alcuni casi e non per forza utilizzare il cibo per insegnare delle competenze o dare delle informazioni o anche far rispettare delle regole sociali
6) chi tende ad “andare avanti”, a far la sentinella e ad attaccar briga (relativamente, perché i ferali attaccabrighe camperebbero poco) sono gli adolescenti e gli adulti meno maturi e più insicuri
7) possessività, prepotenza e volontà di controllo a prescindere sulle risorse, non sono qualità del leader ma sintomo di incertezza e della mancanza delle qualità atte ad avere uno status sociale alto.

…quindi in sostanza, volendo semplificare un po’, tutte le volte che ci fissiamo col passare prima dalle porte (corro avanti io prima di te!), con il gestire e portare via la ciotola (controllo sul cibo), con il limitare i luoghi in cui a un cane è permesso di andare (controllo sugli spazi e sulle “tane”), ecc. stiamo – soprattutto se lo facciamo con troppa solerzia e malagrazia – dicendo ai nostri cani che siamo dei buzzurri prepotenti e che siccome non abbiamo le qualità per farci ascoltare in altro modo, scegliamo la prevaricazione per sentirci più fighi.
Ringraziando il cielo i cani sono pazienti e a volte santi. ^^;

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Aggiunte e precisazioni in seguito a commenti vari

Risposta a una persona che sottolinea l’esistenza di una struttura gerarchica nel cane come nell’uomo.
“Mi sento di negare con forza che una gerarchia di tipo militare/verticale sia la struttura sociale più naturale per il Canis Familiaris esattamente come non lo è per l’Homo Sapiens.
La (possibile) esistenza di una struttura gerarchica di tipo militare/verticale in un gruppo sociale dell’una o dell’altra specie non viene negata… attenzione a leggere bene please!
E’ stato scritto che la gerarchia di tipo verticale NON è quella spontanea all’interno di un gruppo familiare, o branco, equilibrato e armonioso… che in altre situazioni, come un gruppo sociale eterogeneo e conflittuale, si crei una struttura gerarchica verticale, è possibilissimo e accade spesso, con tutte le sue conseguenze.”

Risposta a chi scrive che la mancanza di applicazione delle “regole su risorse e iniziative” comporta una cattiva gestione che spesso causa problemi comportamentali.
“La “malgestione” che causa problemi ai cani e ai loro umani per mia esperienza non ha niente a che vedere con il controllo delle risorse e con le regole, bensì con le competenze personali e sociali del cane e dei suoi umani.
A volte, ma non sempre, imporre al cane delle regole circa le risorse e le iniziative può modificare i comportamenti di un cane in modo favorevole agli umani che ci convivono. C’è chi si accontenta di questo, e siccome non è mio compito quello di salvare il mondo, dico “amen”.
Però posso dire che lavorando sulle competenze personali e sociali del cane, invece che sulle regole, si possono creare dinamiche più simili a quelle presenti in un branco armonioso, e questo, essendo più in linea con l’etologia del cane, produce risultati migliori, più profondi, duraturi e privi di effetti collaterali.
Inoltre c’è anche un’altra differenza: il primo metodo, quello delle regole, interviene per lo più a livello comportamentale, mentre il secondo “lavora” sull’interiorità del cane, sulle sue emozioni e sui suoi pensieri, che non vengono modificati dall’esterno, ma ai quali si dà il modo di cambiare dall’interno. E’ il cane stesso che cambia e che sceglie di cambiare, da dentro, perché finisce – allineandosi a quella che è la propria condizione ideale etologicamente parlando – per stare meglio.
E’ evidente (spero) che lavorare in sinergia piuttosto che in contrasto porta risultati migliori.

I miei cani una volta vivevano secondo le regole della gestione delle risorse e delle iniziative. Fortunatamente erano cani sostanzialmente equilibrati che hanno sopportato pazientemente le mie alzate d’ingegno in quel senso.
Oggi i miei 4 cani sono gestiti in modo molto più libero e flessibile… fanno un po’ quello che gli pare, direbbe qualcuno… eppure di quella più disastrata (arriva da un maltrattamento e all’inizio era fuori come un balcone, ha una tempra e un temperamento molto alti, un predatorio altrettanto alto, e all’inizio aveva pochissime competenze e stress a mille), un mio amico, non cinofilo, ha detto (settimana scorsa) che rispetto a molti cani che conosce è “un paracadutista tedesco” (nel senso della disciplina), questo senza però aver dovuto litigare con lei per imporle regole che l’avrebbero stressata ancora di più.
Nel suo caso specifico ringrazio il cielo di aver evitato le regole su risorse e iniziative perché sarebbero state fonte di infiniti conflitti (e ce n’erano già abbastanza per altre ragioni).

Ah. Solo una cosa ancora… il “leader” a casa mia non sono io, è Artù. Quando c’è una qualsiasi situazione “canina”, sono io (come gli altri) che guardo lui per capire cosa è meglio fare, perché lui ne sa più di tutti noi, lui è il nostro grande e meraviglioso Papà, e noi lo amiamo, tutti, profondamente, come si ama un papà saggio e paziente.
E se io chiedo ad Artù di fare una cosa, lui che è un animo nobile come un vero Padre dovrebbe essere, mi accontenta… ma non è obbedienza, è solo gentilezza e generosità. Lui sa, e sa così bene, che non deve dimostrare nulla.”

Annotazione sul contesto, a seguito di alcuni interventi in cui si paragonava la questione “riconoscimento dell’autorità” a quella in ambito militare.

“Si ma ricordiamoci anche che stiamo parlando di Famiglie, non di squadroni dell’esercito!
Al di là del metodo educativo, su cui mi pare che siamo d’accordo, è proprio il contesto che è diverso, io un mio familiare AUSPICO che mi ascolti, e farò del mio meglio perché sia così, ma non pretendo che mi obbedisca a bacchetta.
Fra l’altro parlando a titolo personale io NON ho le qualità di un leader… sono capace di star calma ma fino a un certo punto, mi capita di perdere la pazienza, se sono sotto pressione per altre cose anche più e più spesso di quanto vorrei, e come me la gran parte della gente, che non è addestrata per restare lucida e calma in ogni situazione.
L’educazione dei cani “di casa” deve anche tenere conto della componente umana!
Un approccio educativo che si basa sul rispetto *vero*, sull’ascolto reciproco, sulla comprensione e sull’amicizia – nel senso del legame affettivo più vero e più simile a quello che può esistere fra parenti stretti – funziona meglio di un approccio “militare” e gerarchico anche per il semplice fatto che chi dovrebbe ipoteticamente fare il comandante spesso e volentieri non ha la stoffa per farlo.
Io non ho bisogno di essere un comandante perché i miei cani mi ascoltano per amicizia, e a meno che non siano così fuori di melone per qualche motivo, da non sentirmi nemmeno, mi ascoltano parecchio!
Personalmente ho fatto la mia scelta: non voglio l’obbedienza, la ripudio proprio… l’obbedienza è per i servi… io ho degli Amici, ho una Famiglia, che mi sopporta quando sono pesante e che mi vuol bene per quella che sono, con i miei pochi pregi e i miei parecchi difetti.”

Uno splendido esempio di Mauro Cantarelli sulla percezione della “autorità”:
“Faccio sempre l’esempio di quando andavamo a scuola. Vi ricordate? La classe era sempre la stessa alla quale veniva “imposto” un leader che cambiava in base alle lezioni (il professore). Bene…c’erano professori che seguivamo, c’erano quelli che “dovevamo” seguire per evitare ritorsioni e quelli con i quali facevamo quello che ci pareva! Non era una questione di autorità bensì, appunto, di autorevolezza o carisma (chiamatela come vi pare).
Con quale professore stavamo meglio aumentando le nostre conoscenze?”

[ discussione completa: https://www.facebook.com/notes/elena-vanin/perch%C3%A9-pensiamo-che-la-faccenda-della-dominanza-e-della-gestione-delle-risorse-s/10152684574317590?comment_id=10152686457752590&offset=0&total_comments=51&ref=notif&notif_t=note_comment ]

(risposta a un quesito posto su un forum, circa l’appropriatezza di una perlomeno improbabile storia romantica fra personaggi: lo riporto qui perché ha fissato alcuni spunti di ragionamento che mi interessano)

Mi è stato chiesto di dare un parere e lo faccio volentieri, ma mi scuso in anticipo perché non riesco a leggere tutti i commenti, per mancanza di tempo.
Io, forse anche per via del fatto che non sono esattamente “di primo pelo” nel gdr, per capire come dirimere la questione andrei un po’ più “a monte”: il gdr può essere interpretato, nel senso dello stile di gioco, in molti modi diversi, dando risultati molto diversi.
C’è chi è rigidissimo su regole e ambientazione, e chi è flessibile al punto di integrare il gioco originale con aggiunte e variazioni (io personalmente sono per la seconda).
C’è chi gioca “per vincere” (per fare le quest e risolvere il caso e/o portare a casa il bottino), e chi gioca “per vivere” (chissenefrega della quest prefabbricata, l’importante è che il personaggio – e quindi il giocatore – si emozioni, si ingegni, incontri gente, scopra cose… insomma che viva intensamente la propria vita come una grande avventura senza binari prestabiliti, ma con motivazioni e scopi che in parte vengono dal background e in parte si creano e cambiano durante la vita stessa… cioè in gioco… eh, si, avete già indovinato che anche qui io sono per la seconda).
C’è chi sente l’adrenalina scorrere alla sola vista dei dadi e delle miniature e del tabellone a quadratini oppure a esagoni, e chi i dadi li usa volentieri come arredamento per l’acquario al posto delle gocce di vetro (e anche qui… bravi, la seconda, ormai sono prevedibile).

Quindi la prima riflessione è: ma chi siamo noi per dire a *quel* giocatore e a *quel* master come preferiscono giocare? Questa è prima di tutto una cosa loro: se un giocatore preferisce un certo stile di gioco e si trova un master che gioca in modo opposto, forse semplicemente non sono un gruppo ben assortito.

La mia seconda riflessione riguarda, più nello specifico, i due personaggi (drow e mezz’orco) e la possibilità/probabilità che vivano una loro storia d’amore nell’ambientazione dei (presumo) Forgotten Realms.
Che sia una delle cose più bizzarre, improbabili e forse inquietanti che possano venire in mente a chi conosce l’ambientazione, direi che è palese.
Però è anche vero che i personaggi di D&D nascono per “essere protagonisti”.
Pocahontas non racconta la storia d’amore fra due indiani, il bello sta proprio nelle difficoltà e nel tormento. Titanic? Classi sociali diversissime. Underworld? Giulietta e Romeo?
Insomma… le storie d’amore osteggiate e improbabili sono il succo di un mucchio di bellissime storie, quindi per me è Si!
O meglio, “si però…”
Si però a patto che i giocatori se la giochino BENE, che trovino motivi solidi e pregnanti perché questa faccenda si sia verificata.
Se viene giocata in modo maturo, approfondito, ben venga.
Se io fossi il master non solo non bloccherei un’iniziativa di un giocatore, ma *gongolerei* alle possibilità di sviluppo-trame su una cosa del genere! Milllemila spunti di gioco e di intrecci, andando a ripescare parti del background di questi due per disegnarci intorno obiettivi, motivazioni, scoperte, inganni, casini di tutti i generi come è ragionevole che sia per due innamorati così improbabili! 😉

[ post originale: https://www.facebook.com/groups/191737924203712/permalink/832283236815841/ ]

Io sono una persona cresciuta senza fede. Intendo senza fede nel senso religioso/spirituale del termine. Per chi non ha mai sperimentato quanto sta scritto qui sotto, è difficile e forse impossibile da capire, senza fede. Con la fede non lo so perché non ne ho mai avuta.
Adesso però non ho più bisogno di avere fede, perché il fatto che sia vero, l’ho sperimentato un sufficiente numero di volte, da essermene convinta.

Questa cosa avviene sempre, che una persona se ne renda conto coscientemente, oppure no, avviene comunque. Solo che finché non ci si allinea in un certo modo con il “senso delle cose”, può sembrare che non sia così, e a volte le cose che accadono sembrano tutto fuorché “quello che ci voleva”.

Questa cosa inizia a funzionare anche a livello cosciente quando ci si allinea al “senso delle cose”… quando si “scorre con la corrente dell’universo”.
Non mi son mai piaciute molto le frasi “new age” e mi sa che queste suonano parecchio tali, ma non saprei come altro esprimere questo genere di concetti, senza scrivere un’enciclopedia e risultare comunque, probabilmente, meno chiara.

Non è una cosa tipo “accettare tutto apaticamente”, non è nemmeno un “arrendersi” nel senso di subire la volontà altrui. E’ più una questione di capire in quale direzione è naturale andare, e… beh… andarci. Serenamente.
E’ un po’ come se, una volta che sai dove stai andando, e lo sai sul serio, puoi anche chiudere gli occhi e semplicemente camminare, e andrai nella direzione giusta, perché non sono più le percezioni sensoriali che devono guidarti. Non c’è più un arrovellarsi e uno sforzarsi di trovare la strada giusta, è la strada giusta che ti si forma sotto i piedi, per dire.

Non è che io stia tutto il tempo in questa condizione “beata”, però mi capita, e più passa il tempo, più ne sono consapevole, più quindi riesco anche a starci per più tempo.
E non entro nel merito della percezione della dimensione temporale perché altrimenti iniziamo sul serio l’enciclopedia.
😉

 

Ci sono alcune cose su cui sono un po’ incagliata. Cose che mi scocciano, o che mi mettono in difficoltà, o che mi turbano, o che mi annoiano.
Sono quelle cose che un po’ alla volta si accumulano e poi “clutterano” la tua vita emotiva/psicologica.
Come nella vita materiale, sono cose che a un certo punto quasi non si distinguono più nel mucchio: formano una pila di “roba” che crea un certo fastidio, e proprio perché infastidisce, dopo un po’ il cervello sceglie, quella pila, di non vederla più.
Nel retrobottega dei pensieri sai che c’è, ma a livello consapevole non la percepisci quasi più. Un po’ come quegli accumuli di cianfrusaglie che occupano alcuni cassetti, il fondo di quello o quell’altro armadio, ecc. Basta non guardarci mai… tanto sai che non ti serve niente di quello che c’è lì. Però per mettere in ordine ci vuole un certo dispendio di energia, che a volte non hai, e altre volte semplicemente non hai voglia di avere.
Ecco. Stasera ho guardato nel mucchio, ho preso una cosa di quelle (una di quelle che mi sembrava più “sostanziosa”) e con un certo sforzo le ho dedicato tempo ed energia, per levarmela di torno.
E alla fine ho scoperto che non era nemmeno così complicato… la parte più difficile è stato riportarci l’attenzione e decidere di affrontarla, non affrontarla.
🙂

Ci sono cose da cambiare, dicevo qualche giorno fa. Sono due giorni che mi sto lasciando scivolare indosso un nuovo paradigma sulla realtà. Non qualche cosa di prepotentemente rivoluzionario, solo qualche cosa che sposta di un poco la percezione delle cose, il peso che gli do, il senso, e insieme gli obiettivi, le motivazioni, le dinamiche.
Nel mio paradigma di prima c’era scritto che un cambiamento di questo tipo poteva avvenire ed essere reale solo se sufficientemente piccolo, quindi sarebbe stato sciocco pretendere una grande rivoluzione col primo passo.
Nel nuovo paradigma devo ancora verificare che tipo di cambiamenti sono “previsti”… ma appena lo avrò indossato a modino, questo nuovo paradigma, potrò usarlo appieno. 🙂

(p.s. è possibile che la parola “paradigma” io la usi in modo improprio… me ne rendo conto ma ho scelto di fare spallucce perché io la capisco bene così: per me rappresenta l’insieme di tutti gli equilibri e le regole secondo le quali funziona la mia realtà)

Te’, bell’argomentone tanto per partire soft.
Finora avevamo scherzato, come si dice…

Insomma. Oggi è una giornatina un po’ di merda, tanto per usare un francesismo simpatico.
Saranno gli ormoni, che ne so (va sempre bene accusare gli ormoni, che tanto non possono dir niente), ma oggi sono stata emotiva e scazzata e presa male.
Una di quelle giornate in cui ti viene da piangere di commozione o di rabbia praticamente per qualsiasi vaccata. O meglio, una di quelle giornate in cui MI viene da eccetera eccetera.
Evabeh, capitano.

Siccome alla fine perfino quando avrei intenzione di crogiolarmi nelle mie (fittizie) miserie esistenziali, in realtà sono una personcina pratica e concreta, la conclusione della giornata è stata una riflessione sui cambiamenti.
In realtà, ad onor del vero, ci si è messa una chiacchierata con un amico che ha parecchio risollevato le sorti della giornata, e mi ha rimesso addosso l’energia necessaria a scuotermi un po’ di dosso la polvere e a scrivere un post.

D’altronde le giornate di merda servono proprio a questo… a suggerire cambiamenti. Se va tutto sempre bene, chi te lo fa fare di cambiare le cose? Ti pare?

Insomma. Il discorso (o meglio, il quesito) è questo: possibile che per cambiare seriamente qualche cosa, in particolare della propria vita, sia necessario trovarsi col culo per terra?

Nella mia vita ci sono state alcune grosse svolte in positivo, e tutte sono passate da dei momenti di crisi profondi, pesanti e prostranti. Nonché logoranti.

Ben venga anche il logorìo, una parte della mia filosofia è sempre (o per lo meno da molto molto tempo) stata discernere il dolore dal danno: qualcosa può far sentire male, ma essere comunque una cosa positiva sul lungo termine. Ho sempre pensato: sono io che scelgo se una cosa può danneggiarmi o no.
Ora mi sto interrogando su un passaggio successivo: è possibile innescare uno di quei processi di cambiamento, uno di quelli “seri”, “importanti”, senza dover per forza entrare in crisi, stare di merda e sentire di non stare solo raschiando il fondo del barile, ma anche di star scavando con le unghie nel cemento?

La risposta per il momento potrebbe essere: Boh.

In verità, la faccenda è che, come sempre, ognuno modella il proprio mondo, oltre che se stesso/a, perciò una risposta più realistica (uhm, interessante questo concetto di “realismo”… ma lasciamolo ad un altro post) potrebbe essere: certo che sì, è sufficiente che il paradigma di quella persona lo preveda.
🙂

Questa cosa dei paradigmi è stata decisamente la “rivelazione” di quest’anno per me. Tutto nato da una campagna di giochi di ruolo (lì si parlava di paradigmi magici, ma il concetto era facilmente estendibile). Gliel’ho detto al master che tutta la faccenda aveva a che fare con l’evoluzione spirituale. Da un’altra persona magari no, ma da questo master posso credere che capisca sul serio cosa intendo e cosa questo significhi per me.

Concludendo: uno dei prossimi task (che non è un obiettivo, ma un compito, perché siam gente che viaggia sul pratico) in vista è quello di imparare a innescare un cambiamento profondo senza dover passare da una crisi esistenziale seria. E il modo per ottenere questo risultato è una “rivelazione”, un’epifania: cambiato il paradigma, ogni cosa accadrà come una naturale conseguenza di questo, nel modo più spontaneo, come se lo avessi sempre saputo fare… così come, in effetti, è.  🙂

<3